Il Social Presencing Theater è una tecnica che possiamo annoverare nella pratica dell’embodiedied learning.
E’ un vero e proprio metodo, ideato dalla coreografa Arawana Hayashi e sviluppato nell’ambito delle attività di ricerca condotte dal Presencing Institute del MIT di Boston.

Il Social Presencing Theater offre la possibilità di “osservarsi da fuori” e scorgere ciò che prima non si riusciva a mettere in luce.
Questa prospettiva sviluppa nuove potenti consapevolezze, aiutando il gruppo o il singolo a non replicare gli stessi schemi d’azione per trovare nuove possibilità di azione.

È un modo molto veloce per raccogliere informazioni preziose e vedere il sistema e le sue dinamiche da altre prospettive.
Informazioni che altrimenti sarebbe difficile avere.

Uno degli aspetti più importanti del Social Presencing Theater è quello del sentire, dell’intelligenza del corpo e della connessione con il corpo stesso. Infatti, la rappresentazione viene guidata dal corpo e non dalla mente. Si accompagnano i partecipanti a “sentire” le situazioni, più che a ragionarle.

Così, spesso accade di iniziare il Social Presencing Theater pensando che i problemi da risolvere riguardino determinati aspetti, invece, attraverso la rappresentazione si comprende che le tematiche da affrontare sono ben altre.

COME FUNZIONA IL SOCIAL PRESENCING THEATER

Durante il Social Presencing Theater, i partecipanti possono scegliere se prendere parte attiva alla rappresentazione o se fare da osservatori, per porre attenzione alle dinamiche della rappresentazione per poi condividere quanto osservato con tutti i partecipanti.

Rappresentare questi ruoli significa che all’inizio ad ognuno viene chiesto di trovare uno spazio dove collocarsi in scena e assumere fisicamente una posizione, non dettata però dalla ragione, ma dalla fiducia attribuita al proprio corpo, senza chiedersi perché.

Dopo aver assunto una determinata posizione in scena, si chiede, a chi sta rappresentando il ruolo, di dire una frase. Di esprimere ciò che sente in quella posizione.
In seguito, si invitano gli attori ad entrare in contatto con le loro sensazioni.
Dopo qualche minuto, poiché quando i sistemi sono in tensione tendono a muoversi per cercare un nuovo equilibrio, si verifica un cambio di posizione in uno o più elementi.
A questo punto normalmente lo spostamento di una persona provoca quello di altre, perché ogni elemento che si muove dentro ad un sistema induce una reazione. Trovata la nuova posizione si chiede a ciascuno di riformulare una nuova frase.
Questa nuova fase rappresenta quindi la raffigurazione della naturale evoluzione del sistema, come tende ad evolversi.
Così, al termine, si riesce a visualizzare nuove possibilità di azione.

La differenza tra il momento iniziale e finale, pertanto, risiede nel fatto che nel primo caso la raffigurazione rappresenta il sistema così come è nel presente. Invece, nel passaggio al secondo momento, emergono quali “movimenti” il sistema deve compiere per evolvere, per attuare la trasformazione che si desidera intraprendere.

Quando la rappresentazione viene dichiarata chiusa, inizia quello che viene chiamato il debriefing.
Si chiede agli attori cosa li ha colpiti, cos’hanno provato, cosa li ha sorpresi, che cosa hanno visto.
Il focus è sempre sulle sensazioni e su cosa il corpo ha sentito.
È così che emergono i punti ciechi. Emerge ciò che non riuscivamo a vedere e che, se cambiato, porta ad una trasformazione profonda del gruppo e/o del singolo.

Si tratta di informazioni, consapevolezze e prospettive che non potremmo raccogliere in nessun altro modo, poichè vengono da una saggezza profonda e collettiva!

Pasquale Adamo
(Coach e Direttore Scuola di Coaching MCI)