Quest’anno sentiamo sempre più parlare del mental coach.
Sempre più sportivi, politici, attori si affidano agli allenatori della mente.

Si è parlato dei demoni di Simone Biles, la ginnasta della squadra statunitense. Dell’infortunio di Gianmarco Tamberi, medaglia d’oro nel salto in alto. Della depressione di Naomi Osaka, giovanissima tennista al secondo posto nel ranking mondiale. Della resilienza di Marcell Jacobs, medaglia d’oro nei 100 metri, che in precedenza praticava il salto in lungo.
Insomma, situazioni difficili, momenti complicati e decisioni complesse da prendere.

Cosa fanno i mental coach? Quale è il loro ruolo? Su cosa lavorano?

Ne abbiamo parlato con il dott. Pasquale Adamo, mental coach del Monopoli Calcio e con oltre 10 anni di esperienza nel coaching.

In questo scenario, così competitivo e delicato, si inserisce la figura del mental coach. “Il mental coach è un allenatore della mente. Lavoriamo sulla prestazione migliorando la gestione dei pensieri, delle emozioni e delle interferenze” – afferma il dott. Pasquale Adamo.

L’attore Hugh Jackman, i Metallica, Bill Clinton, Donald Trump e molti altri, oggi si rivolgono ai mental coach per valorizzare i propri talenti, esprimere il proprio potenziale, realizzare performance elevate e migliorare la vita quotidiana.

Come mai la figura del mental coach si è così affermata e diffusa?
“Perché è un professionista che ti consegna strumenti pragmatici, semplici e adeguati al tuo profilo. In una società competitiva e in continua trasformazione come la nostra, tutti hanno bisogno di praticità e di strategie di facile accesso per migliorare le loro performance. Inoltre, un percorso di coaching, solitamente, è molto breve.”

Precisamente, come lavora un mental coach? Cosa differenzia il mental coach da altri professionisti?
“Il mental coach lavora sul futuro. Non lavora sul passato, ma sugli obiettivi futuri. Inoltre, crea con il cliente un rapporto simmetrico, alla pari, un’alleanza. Non c’è un rapporto asimmetrico. Infine, aiuta il cliente a trovare dentro di sé le risorse di cui ha bisogno per raggiungere i suoi risultati. Aiuta il cliente a diventare esperto, consapevole e autonomo.

Secondo gli ultimi dati della ICF (international Coaching Federation) i coach nel mondo sono quasi 87.000. In Europa sono quasi 32000. Negli ultimi anni, la presenza di Coach è salita del 46%. Il giro di affari complessivo è stimato intorno ai 18 milioni di euro.
Durante la pandemia, i numeri sono saliti vertiginosamente. Come mai?
“Perché le persone avevano una maggiore quantità di tempo per pensare a se stesse, per mettersi in discussione e per recuperare quel sogno nel cassetto abbandonato. In tanti, hanno approfittato della situazione per riflettere su se stessi e, in particolar modo, per conoscere meglio le proprie potenzialità, i propri talenti, la propria vocazione”.

Quali sono stati i principali ambiti di intervento del mental coach durante la pandemia?
“Con i privati abbiamo lavorato molto sulla riscoperta dei propri talenti e delle proprie potenzialità. Il mondo del business, invece, ha richiesto interventi sulla gestione del lavoro a distanza e sulle strategie per affrontare al meglio lo smart working. Invece, i bisogno degli sportivi sono sempre quelli: lavorare sulla performance e sull’atteggiamento mentale.”

Ultima domanda. Sembra che anche nelle scuole e con gli adolescenti, la figura del mental coach sia sempre più ricercata. Vero?
“Sì, è vero. L’orientamento scolastico ci consente di comprendere prima quali sono le inclinazioni dei ragazzi e aiutarli a tracciare un percorso più vicino ai propri talenti. Questo è un tema importante perché significa avere ragazzi più motivati allo studio, abbattere l’abbandono scolastico e formare gli adulti felici del domani. E’ un tema così importante, che ho avviato un progetto movimentotalento.it per la difesa e la tutela del talento”