L’arte camaleontica del Problem Solving

Quando penso alla creatività e all’uso del PROBLEM SOLVING quale strumento di risoluzione dei problemi, mi viene in mente il camaleonte. Visto come ruotano i suoi occhi? Ruotano a 360°. Una cosa assolutamente fantastica! Pensate per un momento di essere un camaleonte e di avere la possibilità di guardare tutto quello che vi circonda, esattamente da tutta questa vasta angolatura. Ora invece, ponete la vostra attenzione sui vostri occhi e sul vostro modo di guardare (un tantino limitato rispetto a quello del camaleonte!); il 70% del totale dei recettori sensoriali del nostro corpo è localizzato negli occhi, ergo, comprendiamo il mondo attraverso questo meraviglioso senso.

La solita solfa

Siamo creature abitudinarie e con la tendenza a CONSOLIDARE le nostre idee in un certo modo. Quando questa modalità è su “on”, diventa invalidante perché limita il nostro sguardo sul mondo e la possibilità di affacciarci a nuove finestre. La PERCEZIONE, che è il processo attraverso cui entriamo in contatto col mondo, è funzione di pensieri e credenze che ci contraddistinguono e se pensate che alcuni scienziati affermano che il 90% dei 65.000 pensieri che produciamo ogni giorno sono uguali a quelli del giorno prima, capite bene quanto siamo abituati a trattare i problemi con gli stessi pensieri di sempre.

Il nostro sguardo

Noi guardiamo dritto, quasi sempre. Alle volte invece, per risolvere un problema, bisogna immedesimarsi nel camaleonte e provare a spingersi oltre quello che vediamo solo dinanzi a noi. Si tratta di contrapporre il PENSIERO RIPRODUTTIVO, che tende a ripetere quello che già conosce, al PENSIERO PRODUTTIVO, che allena alla creatività ed al pensiero e cosiddetto laterale. Mi direste allora: “ Semplice, cosa vuoi che sia!”; vi risponderei: “Provateci e poi ditemi!”. Mi sono imbattuta spesso in alcuni di quei rompicapo che a vederli sembrano sciocchezze ma a risolverli portano via una gran quantità di energia! Perché allora è così difficile un processo simile? Cosa non ci consente di trovare semplici soluzioni a semplici quesiti che invece appaiono irrisolvibili? Bella domanda! Ti chiedo: “Quante volte hai pensato ad una cosa bellissima e un attimo dopo ti sei detta <…>”? Sono certa che hai abbandonato completamente l’idea stessa senza chiederti invece perché ti sei autoconvinta del fatto che non fosse realizzabile.

Gli ostacoli al problem solving

Il primo ostacolo: PREGIUDIZIO. Pablo Picasso, fra quadri, abbozzi e disegni, ha dipinto circa 50.000 opere. Se avesse pensato che nessuno li avrebbe mai acquistati, si sarebbe scoraggiato ed avrebbe abbandonato anche solo l’idea di prendere il pennello fra le mani. Eppure, chi non conosce Picasso? Pensare a qualcosa sospendendo critiche, giudizi e pregiudizi, prima di tutto verso noi stessi e poi verso gli altri, è qualcosa di potentissimo che ci consentirebbe di realizzare molte più cose di quelle solo pensate! La cosa bella della storia del pregiudizio è che quello che noi pensiamo e che poi ci porta ad abbandonare “il fare”, non è detto che sia vero o reale. Pensare di non essere capace di scrivere un libro, è solo un pensiero e non è detto che sia vero (nota: il pregiudizio si basa su una conoscenza incompleta, quindi, prima di bloccarci, diamo sfogo alla conoscenza di noi stessi!). Dunque, perché non provarci? Nel momento in cui un’idea è sottoposta a giudizio, il pensiero creativo si paralizza.

Secondo ostacolo: PAURA DI SBAGLIARE. Parliamo ora della paura in quanto tale: la primordiale emozione dell’essere umano. Sono in casa, scoppia un incendio e sono terrorizzata dall’idea di non riuscire a trovare una via d’uscita e di rimanere intrappolata. Secondo voi, proverò a trovarla quella via di uscita o la paura probabilmente mi sbloccherà e morirò soffocata tra le fiamme? Morirò di certo.
COSA CI SERVE per non temere di sbagliare? Se è vero che quando abbiamo paura smettiamo di cercare, è anche vero che quando smettiamo di cercare rimaniamo intrappolati. Dunque la prima parola chiave è RICERCARE. Torniamo all’incendio in casa. Condividete l’idea che se io quantomeno mi barcamenassi tra le diverse aree della casa in cui c’è meno fumo e non ci sono le fiamme piuttosto che stare ferma in un punto fisso della casa, avrei più possibilità di salvarmi? Esatto, la risposta è sì. Ma la ricerca è subordinata alla seconda parola chiave che è PROTOTIPO, laddove per prototipo intendo lavorare a qualcosa che mi aiuti a trovare una soluzione al problema in cui mi sono imbattuta. Il pensiero “Se mi muovo anziché restare impalata qui, probabilmente mi darà la possibilità di salvarmi ” è esso stesso un prototipo di pensiero. Se io penso questo, allora ricercherò la via di fuga. Come? Terza parola chiave: SPERIMENTARE. Semplicemente comincerò a camminare per casa e finalmente, troverò una meravigliosa porta spalancata e sarò in salvo!

Terzo ostacolo: LA PRIMA RISPOSTA UTILE. Aver trovato una risposta davanti al problema, non significa che sia quella più utile. Anzi, alle volte è proprio l’idea di aver trovato la soluzione che non ci spinge ad andare oltre. Non a caso, se nell’esempio di cui sopra, avessi pensato “spalanco le finestre e sono a posto”, mi avrebbe aiutato a respirare un po’ di più ma non è detto che quella risposta sarebbe stata la mia salvezza. E’ un po’ come indossare un cappello diverso dal solito; Edward De Bono, uno dei maggiori esponenti del pensiero laterale ne considera addirittura 6 di colore diverso, ciascuno per un uso specifico; quello verde è legato al pensiero laterale. Pensare col cappello verde significa abbandonare le vecchie idee per trovarne di migliori. E non è un caso se gli studi dimostrano che il solo fatto di disporre piante (il verde, appunto) in un ufficio aumenta del 15% la quantità di idee prodotte da chi lavora. E’ importante imporsi sfide sia in termini di tempo che di quantità in modo che l’energia resti concentrata. Non a caso, “cento idee in un’ora” è la strategia tempo/quantità più sfruttata dalle imprese innovatrici!

La soluzione

Pensiamo troppo e sempre nello stesso modo. La soluzione sta appunto nell’esercitare quell’arte camaleontica da cui siamo partiti. E chi più e meglio dei bambini sanno essere camaleonti? Attenti ai dettaglia moltiplicando le loro capacità di vista e di pensiero adattativo, alla ricerca – scoperta del nuovo in virtù del fatto che tutto è nuovo per loro. TORNARE BAMBINI, quindi. I bambini, immaginano, inventano, si divertono, insomma, giocano. Ecco, ogni tanto dovremmo tornare ad essere tali. Dovremmo tornare a coltivare curiosità ed interessi scevri da ogni sorta di giudizio, solo così alleneremo la nostra creatività di problem solving!

Samanta Mancini
(Coach e Referente della Scuola di Coaching MCI – Foggia)