Ti è mai capitato di sentire una vocina di sottofondo che ti sussurra frasi del tipo: “Non puoi farcela” o “ credi davvero di esserne capace?” o ancora: “ Non sarai mai all’altezza”. A me si.

Si tratta del famoso “dialogo interno” o self talk. E’ il processo attraverso cui io parlo a me stesso. Da dove nasce il dialogo interno e perché, in molte situazioni, è depotenziante?

Il dialogo interno nasce dalle nostre esperienze di vita.

Ti faccio un esempio: il mio capo mi affida un compito molto importante. Trascorro giorni e giorni a lavorarci su ed alla presentazione mi viene detto: “questo lavoro non è assolutamente in linea con quello che ti ho richiesto!”. Di fronte a simili situazioni è possibile che la nostra mente immagazzini questa frase e la decodifichi tipo “sei proprio un incapace!”.
E’ proprio in quel preciso momento che scatta, nella nostra mente, una sorta di identificazione tra ciò che ci è accaduto e la nostra personalità. Rendiamo soggettivo qualcosa che non solo è oggettivo, ma che discende da un punto di vista che non è il nostro.

Conseguenza?
L’evento diventa esperienza e l’esperienza genera, alla prima occasione, un pensiero negativo.
Proprio perché negativo, parliamo di qualcosa di depotenziante e cioè di qualcosa che mi farà andare in mille pezzi il morale e che difficilmente mi consentirà di “fare meglio”. La situazione, dunque, degenera.

E’ proprio così che si insinuano le formiche nella nostra mente! 😉

Il Dottor Daniel Amen definisce ANT (formiche), dall’inglese Automatic Negative Thougts,  i pensieri negativi che continuamente affiorano.

Concentrarsi sempre sugli aspetti negativi (dare importanza all’unica cosa negativa accaduta, senza soffermarsi su quelle positive) , leggere nella mente (“sono certo che quel commesso non mi sopporta!”), tingere i pensieri (“sento che non mi ama più”), prenderla sul personale (“non mi parla più: è evidente che ce l’ha con me) sono solo alcuni degli ANT che ci tormentano.

Ora.
Pensiamo di andare a far un pic nic su un bellissimo prato dove, all’improvviso, spunta una formica. La prima, la seconda, la terza. Continueremo a non pensarci fino a quando le formiche non diventeranno centinaia, quando cominceranno ad infastidirci al punto tale da star male e a costringerci ad andar via.

I pensieri negativi funzionano come le formiche. Ne abbiamo. Certo che ne abbiamo. Ma dobbiamo fare attenzione a che non diventino troppi.
Perché quando questo accade ciascun di noi comincia a vivere situazioni di profondo disagio, di insicurezza, di malessere.

Come fare allora per evitare che si annidi un formicaio?

GESTIRE LA MENTE PER CAMBIARE IL PENSIERO.

I pensieri negativi sono automatici. Sta a noi porre l’attenzione quando arrivano, per poterli identificare, classificare e “ristrutturare”.
Torniamo allora all’esempio del capo.
Nell’attimo in cui l’ANT si presenta, allenando la capacità di riconoscerlo, non solo non gli permetterò di farsi strada ma avrò la destrezza nel ristrutturarlo.
Quindi, non mi dirò “sono un incapace”, piuttosto “a pensarci bene, qualche punto potrei svilupparlo meglio; di sicuro la prossima volta andrà molto meglio!”.
Il gioco è fatto.
Avrò bloccato il pensiero negativo, mi sarà accorto che poteva incidere negativamente su di me e l’avrò ristrutturato!

La consapevolezza è la strada che apre il varco, l’allenamento è ciò che consente il cambiamento.

Samanta Mancini
(Coach MCI e Referente Scuola di Coaching MCI – Foggia)

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