Il libro “Il potere delle abitudini” di Charles Duhigg rientra a pieno nei libri che si occupano di potenziamento personale con un occhio particolare alla genesi e modificazione di quei comportamenti abituali, che ci sembrano degli automatismi innati  e che proprio per questo sono così ostici da capire e gestire. Questo libro rappresenta una piacevole eccezione rispetto ai libri che leggo di solito, perché l’autore non è uno psicologo e quindi non è un professionista della modificazione del comportamento. Charles Duhigg è un giornalista del “ New York Times” con un sacco d’inchieste all’attivo nella sua carriera anche in territori di guerra, infatti è proprio in questi luoghi che capisce l’importanza delle abitudini osservando quelle dell’esercito americano.  Il fatto di avere un giornalista che parla di potenziamento personale da un lato ci tiene distanti dai tecnicismi del paradigma scientifico di riferimento, dall’altro aumenta la portata divulgativa dei concetti chiave che, di fatto, afferiscono ad un approccio comportamentista.
Il libro si divide in tre capitoli, in cui Duhigg affronta nel primo il tema delle abitudini personali, nel secondo il tema delle abitudini delle Organizzazioni e delle aziende, nel terzo, infine, sviluppa il tema delle abitudini delle società. Il libro si conclude con un appendice, in cui l’autore cerca di spiegare come tutte queste idee possano essere utilizzate per lavorare su se stessi e quindi migliorare le proprie abitudini.

Ma ecco le parti del libro che per mi sono piaciute di più:

Lo schema del circolo dell’abitudine  vi accompagnerà per tutto il libro. Infatti per spiegare come si genera un’abitudine, Duhigg utilizza una schema a tre termini: all’inizio c’è un segnale, cioè uno stimolo che ci segnala la possibilità di accedere ad una gratificazione; dopo la comparsa dello stimolo dovremo emettere “routine” cioè quel comportamento che diventerà ricorrente e abituale e che come conseguenza evocherà la gratificazione. Lo schema è molto valido ed esemplificativo, ed è di chiara ispirazione comportamentista. Infatti anche se non viene mai citata nel libro e non viene mai utilizzata una terminologia specifica il “circolo dell’abitudine” è un chiaro riferimento allo schema ABC che è l’unità fondamentale di analisi dell’ ABA.
Pensavate veramente che le hit musicali fossero le canzoni più belle in circolazione? Beh, se così fosse mi dispiace deludervi. In realtà le Hit radio sono le canzoni su cui una casa discografica ha investito di più e che hanno bisogno di un trattamento speciale in scaletta per poter esplodere come tormentone. Anche questa è un tecnica a cui fa da sfondo il paradigma comportamentista. Qui nello specifico si utilizza una procedura condizionamento classico, in cui si cerca si appaiare delle canzoni già famose e “familiari” ad una che non lo è per cercare di generare uno “spostamento di funzione”. La canzone che in questo caso si cerca di portare al successo è “Hey Ya” degli Outkast ed il motivo per cui si parla di canzoni nel libro è che la valutazione che noi diamo ad esse dipende dalle nostre abitudini musicali. Qui capiamo come le abitudini musicali si formano e come vengono sfruttate dalle Major discografiche per capitalizzare i loro investimenti.
Qui Duhigg ci pone un dilemma etico: Angie Bachmann è un madre e moglie frustrata ed annoiata che cede al gioco d’azzardo e non riesce più ad uscirne; Brian Thomas è un affettuoso marito affetto da sonnanbulismo e terrori notturni. Tutti e due si macchiano di un reato: la prima dilapida tutto il suo patrimonio, rovina le vite di tutti i membri della sua famiglia e crea debiti per centinaia di migliaia di dollari; il secondo uccide la moglie in un probabile episodio di terrore notturno.
È giusto che Thomas non sia stato condannato per l’omicidio e, al contrario,  Angie abbia perso tutto compreso l’affetto dei suoi cari ed in più condannata a risarcire le multinazionali del gioco d’azzardo?
L’autore ci fa riflettere sul fatto che, scientificamente, tutti e due agivano senza una reale possibilità di scelta. Cioè sia l’azione compulsiva del giocatore d’azzardo, sia il dormiente che agisce in preda ad un terrore notturno attiva le medesime aree cerebrali, le stesse che si attivano durante il circolo dell’abitudine. Quindi in quel momento non stavano compiendo una scelta. Tutte le argomentazione e gli studi scientifici che l’autore mette in circolo, creano una dissertazione avvincente sul tema che, pur senza avere la pretesa di trovare la risposta giusta al quesito, supporta in modo consistente la propria teoria in merito.

Cosa prendo e cosa lascio.

Sicuramente da questo libro mi prendo la responsabilità di dover cambiare le abitudini che mi fanno del male o lo fanno agli altri. Infatti pur avendo imparato che quando mi trovo nell’ habit loop non interviene il libero arbitrio, una volta che mi rendo conto di un’abitudine dannosa o qualcuno riesce a farmelo notare, beh in quel momento ho la responsabilità di agire su essa senza avere la pretesa di eliminarla ma cercando di modificarla, sostituirla con una più funzionale.
Lascio le cattive abitudini! Si sembra solo un gioco di parole effettivamente. Ma se pensiamo alla difficoltà, all’impotenza che almeno una volta ognuno di noi ha provato nel cercare di eliminare qualche piccola abitudine, credo che questa frase dopo la lettura di questo libro, possa acquistare una nuova forza e valenza. Adesso ho capito cosa sono le abitudini, come nascono e ho anche delle indicazioni pratiche per cercare di cambiarle. Quindi anche se può sembrare banale mi prendo la responsabilità di lasciare un’abitudine dannosa modificandola in qualcosa di più vantaggioso per me e per le persone che mi stanno accanto.
Francesco Liso  (Divulgatore di benessere)

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