“Ero in gara, senza alcuna aspettativa di risultato, mi stavo divertendo e nessuno sforzo sembrava sfiorarmi, i punti arrivavano come se fossero gocce di pioggia dal cielo, in modo del tutto naturale.
Tutto intorno a me era quasi irreale, i sensi erano amplificati, tutti i profumi li ricordo ancora e che dire del tatto? Ero un tutt’uno con la mia attrezzatura, ogni volta che impugnavo il mio arco era come se diventasse un prolungamento del mio braccio.
In qualsiasi modo le tiravo, le mie frecce andavano lì nel centro di un bersaglio che ad ogni scoccare mi sfidava dicendomi: “dai colpiscimi”!  (Luciano Spera)

“Oggi ero in partita”, “era tutto molto facile”, “in qualsiasi modo la tiravo, la palla entrava”.
Tante volte abbiamo ascoltato da atleti espressioni come queste, addirittura condite da incredulità,  al termine di una competizione. Proprio in questi momenti, l’atleta ha vissuto una condizione psicofisica eccellente, che lo ha portato ad eseguire gesti tecnici senza sforzo apparente e con un risultato al di sopra delle sue aspettative.

“Una specie di momento magico nel quale tutto si svolge perfettamente, dal punto di vista sia mentale che fisico, e la qualità eccezionale della prestazione sembra oltrepassare gli ordinari livelli di rendimento” (Williams, 1986) questa è la peak performance.

Durante una prestazione di picco gli atleti vivono uno stato psicofisico ottimale definito  di “flow” in cui tutto accade con il totale coinvolgimento delle capacità tecniche, fisiche, tattiche e mentali in perfetto equilibrio tra di loro.

Mescolando un po’ di fantasia alla prestazione sportiva, possiamo ben comprendere che l’attenzione, durante la peak performance,  è inconsciamente focalizzata sul “qui ed ora”, sul presente  e l’atleta non ha la possibilità di percepire stati mentali negativi (noia, ansia etc.).

“Mollare, non mollare… Spaghetti, non spaghetti… Ti preoccupi troppo per ciò che era e ciò che sarà. C’è un detto: ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi… è un dono. Per questo si chiama presente.” (Oogway, a Po – dal film Kung Fu Panda)

Queste esperienze, quasi involontarie, diventano per l’atleta intensamente desiderabili e particolarmente gratificanti.
Affinché la peak performance possa essere in qualche modo riprodotta, una delle condizioni necessarie è proprio la capacità di performance dell’atleta stesso, la consapevolezza cioè di essere in grado di compiere prestazioni di alto livello.

Cosa può accadere dopo aver ottenuto successo? Come ti sentiresti nel ripetere una performance di eccellenza?  Come ti farebbe stare avere la consapevolezza di poter migliorare le tue prestazioni durante il gesto tecnico? Che sensazione proveresti nell’essere padrone di te stesso?

Grazie allo sport coaching sono sempre di più gli atleti che riescono ad identificare la loro peak performance e si allenano costantemente nella riproduzione della stessa con specifiche tecniche utilizzate nel coaching per gestire il percorso che porta al successo.

Ed è proprio quello di cui parleremo nel laboratorio dell’8 settembre: clicca qui.
Un’occasione per allenarsi. Perché, come dice il Dalai Lama:  “Non c’è cosa che non venga resa più semplice attraverso la costanza, la familiarità e l’allenamento. Attraverso l’allenamento noi possiamo cambiare; noi possiamo trasformare noi stessi.”

Coach Luciano Spera (Tecnico Fitarco e Allievo Scuola di Coaching MCI)