Questo mese parlo del libro “La principessa che credeva nelle favole” scritto da Marcia Grad Powers. Un libro molto comune a chi si interessa di crescita personale e di cui si è parlato molto in rete. Qui provo a far emergere alcuni temi e peculiarità del libro ,secondo me salienti, che potrebbero già attivare da subito alcune riflessioni da approfondire in un secondo momento comprando il libro.

Il sottotitolo del libro, “come liberarsi del proprio principe azzurro”, ci introduce subito nel tema del libro cioè liberarsi di questa figura iconica e di tutti i retaggi che essa porta con sé. Le favole ci hanno insegnato che nel momento di pericolo interviene un eroe ( il nostro principe azzurro )che ci salverà e in futuro sarà il detentore della nostra felicità (vissero felici e contenti). È proprio su questi due temi che opera il libro in questione. Preciso che non è mia intenzione screditare le fiabe che hanno un ruolo centrale sia nella letteratura per l’infanzia che in alcuni particolari tipi di letteratura allegorica per adulti; l’intento è quello di prendere spunto da un topos fiabesco per cercare di sfuggire ad alcuni comportamenti disfunzionali.

La particolarità rispetto agli altri libri che trattano di crescita personale è che in questo libro saranno le allegorie di una fiaba ad insegnarci qualcosa. Senza dilungarmi troppo su questo aspetto, voglio sottolineare solo due vantaggi dello strumento fiabesco relativi all’insegnamento di strumenti per la crescita personale: in primo luogo la delicatezza e la leggerezza che contraddistinguono una fiaba, diventano le carezze emotive che ognuno di noi ricerca nel momento in cui attraversa un momento difficile; in secondo luogo il fatto di acquisire concetti in maniera indiretta, cioè dopo aver svelato un’allegoria o di esserci immedesimati nella storia in un personaggio, implica un processo attivo di comprensione che ci per permette di stabilizzare subito quel concetto e di renderlo subito spendibile nella costruzione di nuovi di pensieri.

Non è la prima volta che l’autrice utilizza una fiaba per parlare di crescita professionale, un altro suo best seller è “Il cavaliere che aveva un peso sul cuore”.Marcia Grad Powers è una scrittrice specializzata in psicologia, relatrice di numerosi seminari sul tema della crescita personale in California presso scuole e università.

Arriviamo subito alle tre parti del libro sui cui mi soffermerò per darvi un assaggio del testo.

La Principessa è alle prese nel cercare di aiutare il suo Principe, che ad un certo punto della fiaba, di principesco ha ben poco. I personaggi che aiuteranno la bella in difficoltà in questo percorso saranno più d’uno. Doc è uno di questi, il quale introduce un elemento importante che ricorrerà per tutto il libro: la scelta. Che la felicità sia una scelta, è un concetto che spesso ci sentiamo ripetere e che vediamo scritto un po’ ovunque, ma è concetto vuoto se non contestualizzato. Infatti, è importante dire che la scelta della felicità porta con sé, inevitabilmente, delle rinunce anche se temporanee come quella di avere ragione o di fare/far fare la cosa giusta. Nonostante ciò scegliere di essere felici è importante perché ci responsabilizza di fronte a noi stessi! È molto diverso essere felici quando si è vinta la tombola a Natale o per una festa di compleanno a sorpresa, rispetto a quando abbiamo scelto di concederci una passeggiata, del tempo per stare con i nonni, per andare in palestra etc.; perché nel secondo caso, noi siamo artefici della nostra felicità e la sensazione di auto-efficacia che proveremo, aumenterà la nostra autostima e stabilità emotiva. Ecco perché è indispensabile scegliere di essere felici.

Aiutare smettendo di aiutare è una frase che potrebbe sembrare rappresentativa di questa parte del libro ma è una contraddizione in termini e nei fatti! Anche questa, è una frase che qualche volta si sente in giro o si può trovare scritta come aforisma. In realtà, i professionisti della relazione d’aiuto come educatori, psicologi e life-coach sanno che non bisogna sempre assecondare le richieste di aiuto nella stessa forma in cui sono fatte. Bisogna metabolizzarle e rielaborarle; in alcuni casi si può stare vicino a chi attraversa un momento di difficoltà semplicemente restituendogli le sue responsabilità, intese come conseguenze generate delle sue azioni, ma questo non vuol dire smettere di aiutare. Anche l’ascolto, se è empatico e privo di giudizio, può essere una grande forma di aiuto! Si tratta solo di scegliere il modo migliore e più efficace di aiutare l’altro.

Questa parte del libro, insieme con altre, fa emergere alcuni dei modi in cui si manifestano le resistenze al cambiamento che noi mettiamo in campo. Il primo è sicuramente il disprezzo verso l’aiuto o la persona che ci sta aiutando. Capita spesso che, chi ci stimola ad attivare le nostre risorse interne per risolvere un problema o migliorare la nostra condizione, possa diventare l’oggetto di atteggiamenti più o meno squalificanti e/o aggressivi. Questa cosa è tanto più lampante quando chi è difronte a noi, come il delfino, potrebbe eliminare il problema in un batter d’occhio ma non lo fa. Anzi, continua a porre l’attenzione sul problema spingendoci a gestirlo con le nostre forze. Un altro modo in cui emergono le resistenze, potrebbe essere il procrastinare. Dire che non è il momento opportuno per cambiare, adducendo varie argomentazioni (è importante sottolineare che queste possono anche contenere degli elementi di verità o essere del tutto vere) è di fatto una resistenza al cambiamento e come tale va affrontata. Nel corso del libro, sono molti i momenti in cui la Principessa resiste e credo che siano dei momenti bellissimi. Essi ci danno la possibilità di neutralizzare alcuni nostri atteggiamenti disfunzionali, perché lo sguardo tenero, accogliente, per certi versi di ammirazione con cui l’autrice ci spinge a guardare la Principessa, diventa quello con cui noi ci guardiamo dentro. Un atteggiamento non giudicante verso noi stessi è difficilissimo da acquisire e attivare in maniera controllata; la bravura dell’autrice è proprio quella di riuscire a farcelo attivare in maniera inconsapevole: mentre guardiamo la Principessa utilizzare comportamenti disfunzionali, ( disprezzare, procrastinare, polemizzare etc.) possiamo riconoscerli e riconoscerci in loro, mantenendo l’affetto, la tenerezza, stima e non giudizio che provavamo nei confronti della Principessa.

Cosa prendo e cosa lascio

 

Di questo libro, come ampiamente detto, prendo la leggerezza e tenerezza con cui si affronta la modificazione del comportamento. Prendo la modalità di rovesciare un’icona come quella del principe azzurro, attraverso ciò che lo ha creato: la fiaba che scardina un topos della fiaba stessa.

Lascio, invece, alcune frasi da “biscotto della fortuna” che trovano un loro valore, solo in contesti più ampi che ,per fortuna, il libro gli dà ma che da sole risultano avere lo stesso valore dei detti popolari: vere per tutti e per nessuno allo stesso tempo.

Francesco Liso (divulgatore di benessere)

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