IL MIO PERCORSO DI COACHING MCI

Nell’anno 2017 ho frequentato la Scuola di Coaching di Master Coach Italia – Sede di Torino.

La scelta, in quanto Counselor, e funzionario pubblico in un settore dedicato ai servizi sociali, appariva di elezione, poiché avrei arricchito la mia “valigetta di strumenti” da utilizzare con il pubblico disagiato con cui quotidianamente vengo a contatto.
Strumenti che avrei utilizzato sia per andare a fondo nella comprensione dell’esigenza del momento, che nel contenimento ed elaborazione delle emozioni limitanti e che spesso vengono espresse anche in modo aggressivo.

Pensavo che il mio background mi avrebbe facilitato molto nell’apprendimento di nuove tecniche da “innestare” su quelle già utilizzate con successo.

Già dai primi due moduli ho compreso che, almeno parzialmente, il processo di apprendimento non funzionava in questo modo: per apprendere davvero il Coaching dovevo spogliarmi della mia vecchia pelle e acquisire ex novo le nuove competenze.

E’ iniziato, quindi, un processo di destrutturazione, non semplice né agevole, con l’aiuto del Maestro Carlo Vincis e della dott.ssa Loredana Simeone.
Processo molto serrato che, volta per volta mi ha consentito di operare gradatamente con le nuove tecniche, lasciando momentaneamente da parte il conosciuto.

La difficoltà maggiore, nell’apprendimento professionale la riscontravo nell’approccio rigorosamente tecnico del Coaching, a fronte dell’approccio maggiormente umanistico del Counseling Rogersiano.

Altra difficoltà, non minore, era rappresentata dall’uso delle domande del Metamodello (batterie di Domande Potenti), quando, nel corso degli anni (tre come allievo e tre in staff), mi era stato inculcato che il Counselor NON investiga MAI.

Un’ultima, ma non minore difficoltà, risiedeva nei passaggi per la costruzione del Rapporto Empatico Positivo, molto più tecnici e scanditi che nel Counseling.

C’è stato un momento, è vero, in cui ho pensato di abbandonare il corso, perché lo avvertivo, in qualche modo, contrario alla mia natura originariamente “non invasiva”. Tuttavia, mi sono risolto a tenere duro col mio impegno poiché intuivo, in qualche modo, che queste nuove acquisizioni potevano riuscirmi davvero utili e perché nutrivo istintiva fiducia in Carlo Vincis e Loredana Simeone.

Il punto di svolta, per me, è giunto con il Milton Model, il linguaggio ipnotico, le metafore, lo swish e lo squash, metodiche che mi hanno aperto un mondo e che ho avuto modo di applicare immediatamente e con successo in contesti professionali.

Da quel momento, ho compreso che dovevo ritornare sui miei passi e dedicarmi a ciò che, per me, era stato più ostico.

Accenno, troppo brevemente, lo so, al gruppo dei colleghi, sempre collaborativo e aperto – e agli insegnanti che, nel corso di ogni modulo, non si sono certo risparmiati e si sono, anzi, prodigati, senza preoccuparsi, in certi momenti, di dover anche forzare situazioni mie personali circa le materie a me meno consonanti. Situazioni che, altrimenti, sarebbero rimaste bloccate.

Mi hanno, comunque, trasmesso potentemente la consapevolezza di come l’ultima decisione sull’apprendere o meno spettasse comunque a me e, parallelamente, di quanto si fidassero delle mie risorse.

E di ciò sono loro infinitamente grato.

E’ un corso che mi ha stupito per la serietà e l’impegno che richiede e che vengono DAVVERO profusi con passione e che consiglio e consiglierò, con l’avvertenza che non si tratta di un proforma per ottenere un titolo o di un gioco per bambini ma, al contrario, di un profondo e talvolta faticoso e doloroso impegno alla trasformazione e alla crescita.

Antonio Tafuri Lupinacci (Allievo Scuola di Coaching MCI – Torino)

Related Post